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Appunti di una signora poco diplomatica


Cultura


8 luglio 2009

NOTTE BIANCA CONTRO LA LEGGE BAVAGLIO





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1 maggio 2009

L'ITALIA CHE VALE

   Per una serie di circostanze mi sono ritrovata il 25 aprile alla serata conclusiva del  concorso “Corto in Stabia” Festival della Creatività a Castellammare di Stabia, città campana in provincia di Napoli.

   Di questa città e del suo Festival della Creatività, ormai alla quarta edizione, vorrei appuntare qualche nota personale, solo alcune impressioni sul nostro Sud rimasto intrappolato in un destino infame, sullo stato attuale della cultura in generale  e sulla scuola, la vituperata scuola italiana, stremata dalla demagogia, dall’incompetenza e dall’arroganza di ministri come Brunetta, Bondi, Gelmini e Maroni.

   Teniamo dunque bene a mente questi quattro nomi al fine di valutare, e di far pesare, a  tempo  debito, i risultati delle loro scellerate azioni:

-          il primo ha mortificato la professionalità docente assimilandola al ceto impiegatizio e inquadrandola nello schema preconcetto della pubblica-amministrazione-fannullona;

-          il secondo ha sferrato colpi mortali alla cultura, interessandosi più allo smantellamento  che all’affermazione di un’idea di Stato promotore e garante dello sviluppo culturale in tutti i suoi linguaggi espressivi;

-          la terza è riuscita magistralmente a far decadere la scuola pubblica al ruolo di azienda in dismissione, attivandosi con ogni mezzo alla demolizione;

        -          il quarto ha avuto la capacità di estendere la normativa xenofoba e razzista proprio a quel luogo – la scuola - deputato da sempre all’educazione, all’inclusione e all’integrazione, non solo proclamando l’apartheid delle classi speciali per gli immigrati, ma anche conferendo ai presidi il mandato della delazione per escludere dall’istruzione gli immigrati clandestini. 


   Castellammare di Stabia mi appare subito come l’emblema delle contraddizioni che ci attanagliano: un grumo fatiscente di cemento dentro un paesaggio da mozzare il fiato, una città che potrebbe essere una perla deposta tra la montagna e il mare e che, invece, ha esasperato i tratti del fascino perverso e decadente di ogni fine impero.

   Qui l’essere umano sperimenta, quotidianamente, la lotta per la sopravvivenza: strappare terra alla Terra per costruirsi un tetto, affermare necessariamente la legge del più forte, del più dritto, del più veloce per non rimanere intrappolato tra le scatole di latta a quattro ruote.

   Per questo, forse, resto impressionata dal gran numero di ciclomotori di svariate cilindrate che ronzano nel traffico con irruenza. Corrono veloci zigzagando, sfrecciano con veemenza ignorando i pedoni, sorpassano da destra e da sinistra, s’infilano senza alcuna delicatezza tra le auto incolonnate. Ogni moto trasporta da uno a quattro passeggeri: intere famigliole: maschio al volante, figlioletti in fila sul sellino, femmina in coda a chiudere il trenino. Tutti, rigorosamente, senza casco. L’unica regola, comune e condivisa, è la trasgressione delle regole. Specchio di un’Italia in cui l’illegalità sta diventando norma. Nell’Italia della legge ad personam, come il politico si fa la sua autoproclamandosi immune, così il cittadino sancisce la propria per non esser da meno.


   Colpisce la giovane età dei genitori in motoretta: poco più che ragazzi, adolescenti precocemente assurti al ruolo genitoriale. Viaggiano veloci sulle moto, con l’espressione della faccia quasi assente. Il maschio dirige con maestria ed abilità consumata. La femmina appare alquanto annoiata. I bambini sul sellino hanno lo sguardo serio e stralunato. Se si stanno cagando sotto mentre il padre azzarda un sorpasso a rischio schianto contro un palo, non lo danno a vedere. Siamo nella giungla e deve compiersi il rito: di qui a poco questi bimbi avranno un ciclomotore vero.

   Per adesso, i più fortunati, ne hanno uno a batteria, di plastica, rosa per le femminucce, azzurrino per i maschietti. Sono i figli di coppie benestanti dai gusti più tradizionali. Queste famigliole raggiungono in auto il lungomare, parcheggiano nei pressi della stazione, scaricano il giocattolo a batteria, piazzano il bimbetto sul sellino e via. Il piccolo centauro avanza, attenzione!

  

   Assisto stravolta alla routine stabiese del giorno di festa, provando l’impulso di fuggire.  Ma dove? Da qualche parte dovrebbe pur esserci il mare, sicuramente c’è, oltre il labirinto di strade dissestate e di palazzi affastellati in barba ad ogni piano regolatore.

   Seguo la corrente, mi abbandono al flusso scalmanato di auto e moto che pare dirigersi verso un’unica meta. E  finalmente eccolo, il mare! Ma cosa vedo? Una specie di discarica si distende lungo tutto il litorale…


   Il cine-teatro Montil, dove si terrà la manifestazione, è vicino al porto, all’altro capo del Lungomare. Mi tuffo dunque nella bolgia infernale e vado... Qua e là cartelli con divieto di balneazione e  un mix micidiale di odori: da quello forte e pungente del mare a quello acre  di frittura. Si frigge a tutto spiano presso i chioschetti sul Lungomare: patatine, crepes,  crocchette, popcorn, zucchero filato… Un’oasi mangereccia si dipana tra la ringhiera e il palmeto, dove la gente passeggia creando capannelli intorno alle bancarelle degli extracomunitari che offrono splendide borse prada-fendy-yvessanlaurent a venti euro, occhiali carrera a euro cinque e cinture dolce-e-gabbana a soli dieci. Il tutto perfettamente griffato, con marchio interno e dettagli ben curati.


   Sulle panchine gli Stabiesi consumano patatine fritte e gelati, lasciando che il vento porti via piatti di plastica, forchettine e tovaglioli unti. Penso a Milano, alla proibizione di mangiare in strada e penso ai sindaci leghisti che hanno decretato la fine del kebab destinando al fallimento le friggitorie. Penso all'Italia emblema degli eccessi.  Alla difficoltà di trovare un punto di equilibrio tra la repressione e questa forma di libertà totale e primitiva, sprezzante dell'ambiente e di ogni norma di buona educazione.

  

   Tutto mi sembra troppo. Qui tutto è troppo. E infattii, oltre il marciapiede, il traffico è bloccato. Si circola su una sola corsia; l’altra è transennata per lavori di rifacimento stradale. Un pullman gran turismo non ce la fa a svoltare. Un cittadino sposta le transenne per agevolare la marcia del pullman, ma i veicoli ne approfittano per sorpassare. Il pullman resta paralizzato in mezzo alla strada e non c’è un vigile neanche a pagarlo a peso d’oro. Ma dov’è l’esercito di La Russa che dovrebbe garantire l’ordine e la sicurezza nelle strade? 

  Qui un ruolo sociale determinante lo assolvono i gestori dei parcheggi. Al porto ce n’è uno grande, vicino al Montil. Ma il cartello all’ingresso è un poco inquietante: la direzione declina ogni responsabilità per eventuali furti e danni.


   Al cine-teatro arrivo stravolta. Sospettosa. Diffidente. Invece alla reception vi è una giovane, splendida donna, che accoglie gli ospiti con un sorriso gioioso e rassicurante. Scoprirò poi che è la dottoressa Maria Rosaria Di Maio, direttore organizzativo del Concorso Internazionale di cortometraggi “Corto in Stabia”. 

   Alle 21,30 ha inizio la manifestazione:  un bell’esempio dell’Italia che vale e del Sud che non vuole lasciarsi sopraffare dalla bolgia infernale dell’incultura. Il teatro è stracolmo di gente arrivata da ogni parte d’Italia: genitori, insegnanti, studenti. Tutti, rigorosamente, arrivati a proprie spese. Saranno premiati i cortometraggi realizzati dalle scuole: un campionario eccellente della scuola italiana che funziona e che, a dispetto della Gelmini, si regge e non vuole mollare; la scuola che riforma la didattica davvero, sperimentando linguaggi nuovi, magari con mezzi di fortuna, amatoriali, il più delle volte con le videocamere messe a disposizione dagli stessi professori. La scuola degli insegnanti che stimolano nei  loro allievi interessi e passioni, promuovendo la ricerca del bello, l’affinamento del gusto estetico, l’interesse per la ricerca, la definizione dell’immagine che  trasmette il messaggio, la creazione dell’intreccio di una storia, la costruzione di un personaggio, a dispetto di Bondi che affossa il teatro e la cinematografia. La scuola che, nonostante Maroni, realizza l’inclusione, l’integrazione, l’intercultura, le pari opportunità, la solidarietà.


   La manifestazione si apre con la proiezione di un filmato sull’Abruzzo ed è un bel modo per ricordare a tutti, in un momento di festa, che altrove, invece, la ferita è aperta e ci riguarda tutti. Musica e immagini soltanto, senza alcun commento. Diversamente dalla frenesia parolaia rovesciata in questi giorni dai mezzi di informazione e dallo show dei politicanti in passerella.

   La premiazione si svolge sobriamente: bravi ed affabili i due conduttori, Alfonso Senatore e Tiziana Adolescente; competente ed eclettica la Di Maio che,  adesso in abito da sera,  fa un po’ di tutto: presentatrice, valletta, commentatrice; perfetta la regia di Onofrio Brancaccio.

   257 i cortometraggi in concorso, 12 i riconoscimenti assegnati e tantissime le menzioni. Sul palcoscenico sfilano i rappresentanti delle scuole premiate: studenti ed insegnanti ritirano la targa  o la statuetta “Scugnizzo in azione”, scolpita nella pietra lavica  dallo scultore Antonio Carotenuto.

   Qualche intervento da parte dei protagonisti, qualche battuta, ma è uno studente che ci fa tremare, uno degli attori del cortometraggio in digitale “5.8” realizzato dai ragazzi del progetto “Ciak a Scuola” che hanno lavorato sotto la guida del regista Renato Francisci. Dal palco,  seduto in carrozzella, con voce ferma e decisa, chiede a noi adulti e alla società intera di abbattere le barriere mentali, quelle che ancor oggi impediscono ai diversamente abili di diventare attori e di portare sulle scene l’abilità nella recitazione ripulita da ogni pregiudizio e ristrettezza mentale.


   La premiazione si conclude alle 23,30, ma la serata non è finita. Gli ospiti vengono invitati in  galleria, dove è stato predisposto un buffet. Nel mormorio sommesso gli ospiti si dirigono al piano inferiore del cine-teatro multisala. Flebili fiammelle, disposte sui tavolini tondi con i vassoi, illuminano soffusamente l’ambiente. In fondo si spalanca una terrazza sul mare. Nella notte esplodono i tremuli riflessi delle luci sulle onde appena increspate. Sulla costa opposta si stagliano imponenti i contorni del Vesuvio. Dal piano bar giungono le note di “Figli delle stelle” e non poteva esser scelta musica migliore per rendere la magia della  serata.

 

   Accendo una sigaretta e, insieme al fumo (purtroppo), inspiro, dopo mesi e mesi di dolore interno e di senso della fine, aria di libertà, profumo di mare, speranza…   Attraverso la porta-finestra osservo i ragazzi felici: si sono messi in cerchio e ballano, dapprima timidamente, poi sempre più sicuri. Vengono dall’estremo sud, dal centro e  dal nord dell’Italia, non si conoscono, ma sono amici da sempre. Nessun politico ottuso potrà far credere loro il contrario, deturpare il ricordo di quest’esperienza insinuando iil germe del pregiudizio e della discriminazione. Penso che forse questa è l’unica strada e bisogna continuare. Bisogna continuare a lavorare, non lasciarsi distruggere, non lasciarsi logorare, non arrendersi, non smettere di credere che le cose possano cambiare. Lavorare e resistere… Attendere.




In evidenza:

Petizione: RIDATE LA SCORTA A CLEMENTINA FORLEO

NON COMPRO IL CORRIERE DELLA SERA - Solidarietà al giornalista Carlo Vulpio

ESERCIZIO DI DEMOCRAZIA

CONTATTA LA RAI: ilComitato di Vigilanza sei TU

RUTELLI, SEI SOLO! NOI STIAMO CON GENCHI!

CAMPAGNA DI INDIGNAZIONE NAZIONALE

NO ALLA CHIUSURA DELLE INDAGINI SUL CASO ATTILIO MANCA!

19 LUGLIO2009 TUTTI IN VIA D'AMELIO PER NON DIMENTICARE PAOLO BORSELLINO E LA SUA SCORTA

LEGGI I MEMORIALI DI VINCENZO CALCARA


15 giugno 2007

DONNE

 LE DONNE NELL'UNIONE

A PROPOSITO DELLA CANDIDATURA DI RITA BORSELLINO:
riflessione su donne, mafia e antimafia


MAFIA E ANTIMAFIA: immagini di donne

DONNE CHE ATTENDONO

THE DARK SIDE OF THE MOON, ovvero l'Ombra delle donne

NOBILI ORIGINI

PROFESSORESSE DI SINISTRA

DONNE DI MEZZO

ORIANA FALLACI

GIULIA

PAOLA GOISIS

VERONICA LARIO

MUKHTAR MAI

CONCETTA PIACENTE

EMMA RAUSCHENBACH 

SHOBHA


SABINA SPIELREIN

MARIE-LOUISE VON FRANZ


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18 luglio 2006

INFINITE VIE E INGARBUGLIATI INTRECCI DELLA RETE

Per quelle infinite vie e ingarbugliati intrecci che si creano nella rete, la lettera di commiato del poeta Gabriel Garcia Marquez è giunta anche a me... ed è troppo bella per non condividerla con voi.

L'ADDIO DI UN POETA

 Se per un istante Dio si dimenticherà che sono una marionetta di stoffa e mi regalerà un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in definitiva penserei tutto quello che dico.

Darei valore alle cose, non per quello che valgono, ma per quello che significano.

Dormirei poco, sognerei di più, andrei quando gli altri si fermano,
starei sveglio quando gli altri dormono, ascolterei quando gli altri parlano e come gusterei un buon gelato al cioccolato!!

Se Dio mi regalasse un pezzo di vita, vestirei semplicemente,
mi sdraierei al sole lasciando scoperto non solamente il mio corpo
ma anche la mia anima.

Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio
e aspetterei che si sciogliesse al sole.

Dipingerei con un sogno di Van Gogh sopra le stelle un poema di Benedetti
e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.

Irrigherei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine
e il carnoso bacio dei loro petali.

Dio mio, se io avessi un pezzo di vita non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo, che la amo.

Convincerei tutti gli uomini e le donne che sono i miei favoriti e vivrei innamorato dell'amore.

Agli uomini proverei quanto sbagliano al pensare che smettono di innamorarsi quando invecchiano, senza sapere che invecchiano quando smettono di innamorarsi.

A un bambino gli darei le ali, ma lascerei che imparasse a volare da solo.

Agli anziani insegnerei che la morte non arriva con la vecchiaia ma con la dimenticanza.

Tante cose ho imparato da voi, gli Uomini!

Ho imparato che tutto il mondo ama vivere sulla cima della montagna,
senza sapere che la vera felicità sta nel risalire la scarpata.

Ho imparato che quando un neonato stringe con il suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo tiene stretto per sempre.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardarne un altro dall'alto al basso solamente quando deve aiutarlo ad alzarsi.

Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma realmente, non mi
serviranno a molto, perché quando mi metteranno dentro quella valigia,
infelicemente starò morendo.

 Gabriel Garcia Marquez


15 luglio 2006

LA POESIA E' UN PONTE TRA LE ANIME



Dedico questo post a Bluewitch,
perchè ho scoperto che possiede un vecchio libro di poesie che anch'io possiedo;
perchè tra gli autori di quel libro, ha scelto proprio Geo Bogza, che è anche il mio preferito;
perchè tra le poesie di Geo Bogza, ha ricordato alcuni versi di "Credo", che anch'io ricordo e che spesso ritornano forti, incisivi, dissacranti, autentici.

La trascrivo tutta, per rileggerla insieme.  

CREDO

Credo nella mia età, negli attributi di ogni età,
nel dovere di intensificare questi attributi.
Credo nella non-esistenza delle esistenze imperiosamente necessarie.
Credo nel bronzo delle parole suonate nei secoli.
Credo nei gatti.
Credo nel miracolo delle parole vuote.
Credo nell'assurdo.
Credo nella perversità dei fiori, delle vergini.
Credo negli orizzonti estetici aperti dalla psicoanalisi.
Credo in una finalità con forme inimmaginabili,
ma con ripercussioni anticipatamente retroattive sullo spirito contemporaneo.
Credo nel sesso.
Credo nelle grida.
Credo nelle calosce e nei preservativi.
Credo nella voce degli antenati insinuata nel flusso del cuore.
Credo nella spada della penna.
Credo nei sogni.
Credo in una visione sessuale dell'intero universo vivente.

GEO BOGZA
(da "Poesia romena d'avanguardia")


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27 febbraio 2006

INVITO AD UN INCONTRO

Questa mi è piaciuta troppo e la trascrivo anche se non è mia:

Un incontro a due: sguardo nello sguardo, faccia a faccia.
E quando sarai vicino io coglierò i tuoi occhi
    per metterli al posto dei miei,
    e tu coglierai i miei occhi
    per metterli al posto dei tuoi,
    poi io ti guarderò coi tuoi occhi
    e tu mi guarderai coi miei.

Così persino la cosa comune impone il silenzio e
il nostro incontro rimane la meta della libertà:
il luogo indefinito, in un tempo indefinito,
la parola indefinita per l'uomo indefinito.

da "invito ad un incontro" di Jacob L. Moreno


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